Grandi moto e il loro immaginario: gli anni ’70

Ci sono moto degli anni d’oro che hanno fatto storia, con la loro identità fatta di meccanica, ciclistica, esperienza di guida, immaginario. Quelle qui sotto sono soltanto alcune delle più amate, o delle più odiate. L’essenza di alcune è ancora viva nelle moto dei nostri giorni. Le pubblicità, recuperate in rete, testimoniano quegli anni. Se la nostra selezione non ti basta, qui puoi vederne altre.


Ducati Scrambler

Un totale stimato di 50.000 esemplari prodotti dal 1962 al 1976 in Italia ma anche in Spagna, nelle cilindrate 125, 250, 350 e 450: quest’ultima disponibile anche con la testa Desmo. Un po’ tosta da avviare, una volta partita era leggera, maneggevole e tutto sommato ben frenata, con un motore bello elastico che mette allegria. Modello iconico, come si dice oggi, pensato per gli sterrati d’America, fece la sua fortuna sulle strade d’Europa.


Norton Commando

Una moto da urlo, anche perché di baccano ne faceva tanto. Vibrava da matti e aveva il cambio ancora separato. Chi l’aveva era pronto a perdonarle anche le peggiori perdite d’olio: “finché lo perdi vuol dire che c’è”. Leggera e divertente, aveva una linea che diceva velocità. La corsa lunga, le aste e bilancieri e la bulloneria in pollici non resistettero al cambiamento imposto dall’industria giapponese.


Honda 750 Four

Quando è arrivata sembrava scesa da un altro pianeta: quei quattro cilindri in linea funzionavano sempre anche a maltrattarli, l’impianto elettrico pure e c’erano anche i freni a disco. Accese discussioni da bar che sono andate avanti per decenni, sulle curve non era come le altre europee ma il livello di qualità costruttiva ha cambiato il modo di andare in moto.


Kawasaki Mach III

Motore tre cilindri, 500 cc due tempi, telaio approssimativo, freni ipotetici (ma poi li misero a disco e la situazione migliorò, leggermente). La chiamavano la “bara volante” ma il motore urlava e dava un’accelerazione da brivido. Adrenalina. Certo era facile restare a secco: con 7 km/litro e 15 litri di autonomia non si va tanto lontano.


Benelli Tornado 650

Progettata alla fine degli anni ‘60 è arrivata sul mercato tardi, quando il mondo delle moto era già cambiato. E’ forse l’ultimo esempio di classica italiana: bicilindrico parallelo, cambio a destra, aste e bilancieri, freni a tamburo, vibrazioni. Però il telaio era robusto e sincero. Il motore, un corsa cortissima progettato da Prampolini, era allegro e abbastanza potente, di difficile messa a punto ma indistruttibile. Se ne vendettero pochine, oggi vederla per strada è piuttosto raro. Il motore di molte di quelle in giro non è mai stato aperto.


Moto Guzzi Le Mans 850

Evoluzione della Guzzi V7 Sport, rappresenta una pietra miliare nella storia della Guzzi e delle moto sportive. Stabile grazie al telaio progettato da Lino Tonti, potente per il motore di Giulio Cesare Carcano. Italiana ma coi freni! Telaio e motore sono ancora presenti, nelle loro evoluzioni, nelle Guzzi dei nostri giorni.


BMW R100 RS

La moto dei viaggi, in due, d’estate e d’inverno, con tanti di quei bagagli da poterci fare un trasloco. Impossibile fermarla, andava anche con un cilindro solo, motore semplice, frenata sicura, carenata per le alte velocità. Un classico del Napoli-Capo Nord. Ai tempi sembrava gigantesca, oggi è più piccola di molti scooter.


di Guido Biscione 

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Marketing umanistico, comunicazione responsabile.

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